Il cinema e le serie tv, spesso e volentieri, ci propongono come protagonisti i cosiddetti “morti viventi”, altresì conosciuti come zombie, o addirittura supereroi in grado di rigenerare qualunque parte del loro corpo.

Ma se questa eventualità fosse realmente possibile?

Close-Up Engineering ha intervistato l’azienda americana Bioquark Inc. che si occupa di ricerca, studio e implementazione di farmaci biologici mirati alla rigenerazione cellulare e alla vera e propria cura di malattie che fino ad oggi possono essere solo lenite, come ad esempio il Parkinson o l’Alzheimer.

Ira S. Pastor - Chief Executive Officer
Ira S. Pastor – Chief Executive Officer.
PH: ©Reanima

 

Cos’è la Bioquark?

 

Come ci viene spiegato dall’amministratore delegato Ira S. Pastor

Bioquark Inc è una società americana fondata nel 2007, situata a Philadelphia in Pennsylvania e finanziata da imprenditori della costa orientale degli Stati Uniti.”

L’azienda si occupa di ricerca e implementazione di farmaci biologici con proprietà di rigenerazione endogena e riparazione di tessuti.
Più precisamente, viene introdotto il concetto di epimorfosi.

L’epimorfosi, o rigenerazione epimorfica, consiste nella capacità di far letteralmente ricrescere parte di un tessuto partendo da uno “indifferenziato” e facendolo proliferare fino al raggiungimento della giusta dimensione; vale a dire, come spiega Ira, che “le cellule potrebbero essere in grado di cancellare la loro storia precedente per trasformarsi nella parte mancante.”

“Il programma di ricerca che viene svolto all’interno della Bioquark” continua a spiegare Ira “è focalizzato sullo studio del genoma di esseri viventi che possiedono la capacità di poter riparare e rigenerare intere sezioni di cervello e del tronco cerebrale, partendo anche da gravi traumi. Si parla di anfibi, rettili, pesci e piccoli mammiferi.”

 

Bioquark production
Bioquark production.
©Bioquark

In particolare, è risaputo che gli anfibi siano degli animali con alte capacità di rigenerazione: possono infatti far rinascere non solo arti,ma anche spina dorsale, fegato e parti di cervello.

Persino nell’essere umano e nei mammiferi si sono verificati fenomeni di ricostruzione tissutale anche se in forma più limitata, sebbene i recenti progressi della medicina abbiano conseguito risultati positivi nella risposta rigenerativa del sistema nervoso centrale.

I metodi in sperimentazione per poter far fronte a patologie neurologiche comprendono anche l’uso delle cellule staminali, ma non hanno ancora dato i risultati sperati, per diversità di cause come scarsa efficienza dei trapianti, patogenicità o per attività immunitaria insufficiente.
L’obiettivo dello studio è stato quello di avere come scopo ultimo la capacità di avviare una risposta rigenerativa direttamente dal paziente, cioè utilizzando le suestesse cellule.
A tal fine è stato studiato come modello animale il pesce zebra, conosciuto per le sue note capacità nel rigenerare tutte le parti del cervello.
I risultati ottenuti possono essere di grande supporto per capire i “programmi molecolari” che le cellule staminali e quelle progenitrici seguono per poter ricostruire i neuroni persi e capire come poter studiare la biologia del sistema nervoso centrale dei vertebrati.

Sia nell’uomo che negli altri esseri viventi esiste una caratteristica particolare del sistema nervoso, ovvero la memoria.
Possiamo immaginare il cervello alla stregua di un computer: prima di cambiarne “i pezzi” di un PC è necessario salvare tutte le informazioni necessarie in una memoria esterna, al fine di non perderli.
Ma “quali sono le dinamiche della memoria nella rigenerazione del cervello?”, ovvero cosa succede nei piccoli mammiferi che sono in grado di rigenerare i tessuti cerebrali?
La risposta a questo argomento è ancora sconosciuta,ma è stato ipotizzato che esista una struttura più resistente del cervello che funga da supporto di memorizzazione “backup” durante la rigenerazione.

Come già accennato, il fine ultimo di queste ricerche sarà quello di creare la possibilità di indurre i tessuti stessi in situ, tramite combinazioni di molecole solubili e/o modelli di rigenerazione, sebbene domande ricorrenti sul “quando sarà possibile far ricrescere un arto” portano a risposte vaghe e che non offrono una risposta sicura.

La causa per cui rane, uccelli e la maggior parte dei mammiferi siano sprovvisti di questa capacità potrebbe coinvolgere il sistema immunitario, la perdita di geni rigeneratori o la possibilità di creare inibitori per la rigenerazione, ma è ancora tutto in fase di ricerca e approfondimento.

IL PROGETTO REANIMA

Recentemente nella famiglia della Bioquark è nato il Progetto ReAnima , che vede il coinvolgimento di numerosi esperti in campo medico e tecnologico, il cui obiettivo comune è la ricerca sulla rigenerazione neuronale e vascolare di soggetti in condizione di “morte cerebrale”.
La morte cerebrale, definita dal Uniform Determination of Death Act (UDDA) -una legge approvata negli Stati Uniti nel 1981 e adottata dalla maggior parte del Paese per “definire basi complete e di stampo medico per la determinazione della morte in ogni situazione”- viene intesa come una completa e irreversibile perdita delle funzioni cerebrali (incluse attività involontarie).
Tale definizione viene utilizzata per poter stabilire un paziente clinicamente e legalmente morto, sebbene presenti delle incoerenze: di fatti, alcune parti del cervello possono continuare a vivere mentre altre muoiono. 

“Ho sempre creduto che il progresso scientifico sia avvenuto seguendo un filo logico, in cui ogni scoperta supporta la prossima, creando una vera e propria via di illuminazione scientifica”
– Ira S. Pastor

“Per intraprendere un’iniziativa di tale complessità” spiega Ira “i ricercatori stanno combinando strumenti di medicina rigenerativa (farmaci di rigenerazione della Bioquark, così come le cellule staminali autologhe) con altri dispositivi medici che tipicamente vengono utilizzati per la stimolazione del sistema nervoso centrale in pazienti in coma, come ad esempio la stimolazione del nervo mediano e laser transuranico di IV generazione.”

 

Researcher-test
Researcher-test.
©Bioquark

In seguito all’ottenuta approvazione della IRB ( institutional review board – cioè un via libera etico, designato per l’approvazione e il monitoraggio di ricerche che coinvolgono l’essere umano) per i primi 20 progetti che l’azienda ha in serbo “ci auguriamo di incominciare a reclutare più pazienti possibile grazie a questo primo sito” ci racconta lo stesso Ira “stiamo lavorando con enti ospedalieri per identificare famiglie in cui ci sia un ostacolo religioso o medico per la donazione degli organi, che in alternativa possano considerare questo progetto come pura ricerca per il progresso scientifico”.

High resolution FMRI of the Human Brain.
High resolution FMRI of the Human Brain.
©Bioquark

“Nel futuro prossimo” continua sempre l’amministratore delegato “ci auguriamo di completare tutti i progetti e di poter pubblicare risultati importanti e significativi ( nei prossimi 2-3 mesi), con cui dare il via ad un secondo protocollo di ricerca, che mirerà alla cura vera e propria di malattie neurodegenerative e condizioni spesso irreversibili, come il coma, l’Alzheimer, il Parkinson, ALS, MS e tanto altro.”

Cercando di andare oltre il vero significato di irreversibilità, la cui definizione data da Harvard è in vigore dal 1968, si deve pensare che viviamo quasi 50 anni dopo e soprattutto in un’epoca tecnologica completamente diversa; di fatti, oggi si è in grado di far ripartire con successo sia il battito cardiaco che la respirazione.
Negli Stati Uniti la ricerca sul “cadavere vivente” è in corso da parecchi decenni e sono stati segnalati casi di reversibilità dalla morte cerebrale, soprattutto in soggetti giovani.
Alleghiamo i link delle pubblicazioni fornitici dallo stesso Ira, il quale commenta questi episodi asserendo che “in questo campo di studio non esiste bianco o nero, ma con le dovute tecnologie è una strada che deve essere percorsa.”

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19818943
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20492393
http://jnnp.bmj.com/content/35/1/103.abstract
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/7651788

 

In collaborazione con Raffaele Salvemini

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